Ed eccomi qui a prepararmi per la grande partenza, dopo quasi 9 mesi in Cina.
Oggi mi sono messa a lavare i vestiti che devo mettere nei pacchi, anche se per il momento non so ancora dove spedire tutta questa roba.
Non ho una meta, un’idea di dove andare, dove restare, per quanto tempo viaggiare, e non so neanche se nel mio destino ci sarà l’opportunità di ritornare qui in Cina.
Ho deciso di affidare i miei pacchi ad un amico, e solo quando sarò sicura di volermi fermare in un posto, allora gli darò le direttive su dove spedire tutti i miei bagagli.
Dentro i pacchi ci metterò una lettera indirizzata a me, in cui ho raccolto le mie emozioni, i miei dubbi, le mie paure, in cui ho raccolto i miei sogni.
Non so dove riaprirò questi pacchi; non so in quale luogo, in quale città, non so ancora di preciso quando.
Chissà in quale terre viaggeranno, quali mari o fiumi oltrepasseranno, ma forse sono semplicemente destinati a rimanere qui, ad aspettare il mio ritorno.
So solo che il futuro è il mio destinatario, ed ho la sensazione di spedire il tutto in un’altra dimensione, in cui il mio destino è già segnato, in cui il mio percorso è già marcato.
E con il pensiero a me, a ricevere e a riaprire i miei pacchi in quest’altra dimensione, incomincio a sognare nuovamente e a vedermi in un altro dove.
Category: Normal Life
In un monastero a fare meditazione zen
Questo è un momento un po’ particolare della mia vita.
Sono stata per anni a cercare costantemente di fare più cose contemporaneamente, occupando ogni minuto ed ogni istante della mia vita.
Ed ora, per la prima volta, ho deciso di fermarmi e di non proiettarmi nel futuro, ma di vivere il presente.
Fino al 1 Luglio ho deciso di concedermi una vacanza. Ho deciso di fare solo ciò che voglio, ho deciso di non farmi schiavizzare dal lavoro, ho deciso di pensare solamente a me.
Ho bisogno di fermarmi e di riacquistare un po’ dell’equilibrio perso.
Sento che non sono ancora libera di volare, ed ho bisogno di capire. Cosa ancora non lo so.
Ho finito il mio Master&Back il 22 Aprile, e per purificarmi dai 6 mesi di stress-nervoso ho deciso di rinchiudermi per una settimana in un tempio buddista a fare meditazione Zen.
La vita lì era molto diversa dal solito e mi sono ritrovata a seguire dei ritmi cui non ero consona, e che non mi sarei mai immaginata di vivere.
Sono arrivata nel monastero dopo 6 ore di viaggio, con un treno che mi ha portato a ShiJiaZhuang e con un bus fino a ZhaoXiao, un piccolo paesino sperduto dove si trova il tempio di BaiLin. Sono partita da sola e non sapevo cosa mi aspettasse, non sapevo neanche se fosse stato possibile vivere all’interno del monastero e assaporare da vicino la vita di queste persone.
In un foglio mi è stato scritto quello che avrei dovuto fare: sveglia alle 4.30 del mattino; funzione religiosa alle 5.00 seguita dalla colazione; pranzo alle 11.30; lezione pomeridiana alle 16.20 seguita dalla cena; seduta di meditazione alle 19.00, ed infine a letto alle 9.00.
Per me la parte più difficile è come sempre lasciare alle spalle i comfort ed i vizi di ogni giorno. Non si poteva certo scegliere cosa mangiare.
Durante i pasti ci si riunisce tutti in una grande sala con dei tavoli allineati su diverse file in cui i maschi siedono sulla destra, e le donne sulla sinistra, gli uni di fronte agli altri. Apparecchiate ci sono 2 scodelle e le classiche bacchette cinesi. Nessuno parla, ci si siede composi, e prima di iniziare il pasto si sta a mani giunte ringraziando in questo modo del cibo che si riceve.
Delle persone distribuiscono il mangiare e ci sono dei gesti specifici per indicare che si vuole avere una porzione abbondante o meno di cibo.
Se si desidera avere più cibo si uniscono le mani in segno di ringraziamento; per averne meno si mostra la mano con la punta del police unito alla punta del mignolo. Se non si desidera cibo si pone la mano sopra la scodella con il palmo rivolto verso il basso.
Il mangiare è come una preghiera, si assapora con il cibo il momento presente. Il cibo va consumato tutto e se cade qualcosa sul tavolo allora ci si affretta a raccoglierlo e a mangiarlo. Se restano delle briciole o della salsa nelle scodelle vi si versa dentro dell’acqua calda e si beve il tutto.
Se mi avesse visto mia madre non avrebbe creduto ai propri occhi; sono sempre stata molto schizzinosa nel mangiare soprattutto se vedevo delle cose poco pulite, ma decidendo di stare in questo posto ho semplicemente accettato di adattarmi a qualcosa di nuovo.
Una parte interessante del mio soggiorno nel tempio sono state le funzioni religiose. Non avevo mai partecipato a qualcosa di simile ed è stato bello assistervi, prendere parte a quei rituali, vedere ed osservare un qualcosa di diverso.
Ci si riunisce normalmente in un’androne del tempio ed anche qui gli uomini sono sulla destra e le donne sulla sinistra. La cerimonia dura normalmente 1 ora ed è accompagnata da musica e canti (i mantra).
La cosa più difficile per me è stato meditare. Devo essere sincera, non ci sono riuscita. Stare ferma per un’ora nella posizione del semi-loto non era semplice. L’unica cosa su cui riuscivo a concentrarmi era il dolore, e molto spesso, mentre gli altri erano intenti a meditare, silenziosamente e nascostamente, cercavo di trovare una posizione più comoda. Sono quasi convinta che la meditazione non faccia per me, di certo sono ben lontana dal Nirvana! Qualcuno mi ha detto che è solo questione di tempo e di allenamento; io ci tento ancora, poi vedremmo.
Comunque sia è stata un’esperienza molto interessante e sono contenta di averla vissuta, ma nonostante tutto, anche lì, non ho trovato dentro di me la pace che cercavo.
I tedeschi dell’Asia
Quando si parla dell’Asia si pensa normalmente alla Cina, e quasi ci si dimentica che quella parte di mondo comprende anche il Giappone.
Il Giappone è una nazione ordinata, tecnologica, in cui il rispetto delle leggi e degli altri è molto radicato nella popolazione. Si dice che i Giapponesi, proprio per questo alto rispetto nei confronti dell’altro, per paura di offendere o di essere scortesi con il prossimo, non sappiano mai dire di NO; sta all’altra persona saper leggere nelle righe se il SI, è un SI reale o meno. Anche il loro modo di ringraziare con il consueto “Arigatò”, accompagnato da vari inchini, è un indice di questo rispetto verso l’altro.
Arrivando in Giappone ho potuto percepire da subito il loro senso di organizzazione e la loro tecnologia: al controllo passaporti la lunga fila di persone era ordinata da 2 arzilli sessantenni, ed ogni persona veniva “schedata” da un ingegnoso apparecchio elettronico che si occupava di scannerizzare le impronte digitali premendo gli indici su 2 tasti, e di scattare una bella foto con l’obbiettivo incorporato. La cosa mi ha divertito tantissimo, così come le toilette dell’albergo in cui si poteva regolare elettronicamente la temperatura della tavolozza e la temperatura dell’acqua per farsi il bidet.
Tokyo mi ha ricordato per certi versi Londra, gli edifici non sono molto alti e le strade sono principalmente a 2 corsie (grossa differenza rispetto alla Pechino di oggi con circa 4 corsie per senso di marcia). Una cosa particolare è gli edifici non non sono attaccati l’uno all’altro, ma sono tutti indipendenti, in modo che in caso di sisma ogni fabbricato abbia la sua “stabilità”.
Le strade di Tokyo sono pulitissime e le persone si muovono ordinate e con regolarità: ad un certo punto mi sembrava di essere nel film “The Invasion” con Nicole Kidman.
Sicuramente una grossa virtù dei Giapponesi è la pazienza. Per attraversare le strade, nonostante non ci sia una macchina, tutti attendono pazientemente lo scattare del verde e non si fanno prendere dalla frenesia di raggiungere quanto prima l’altro lato della strada. In metropolitana, inoltre, non ho visto nessuno che si scagliava furiosamente contro il treno nel tentativo di entrare prima che le porte si chiudessero.
Osservando i nativi del posto non può passare inosservato il loro buon gusto nel vestire: ci tengono tantissimo all’apparenza e sembrano usciti da una boutique di Gucci, Armani o Versace (io con le mie scarpe da ginnastica e jeans quasi mi sentivo a disaggio).
Una cosa che mi ha colpito positivamente è l’attaccamento dei giapponesi alle proprie tradizioni: passeggiando per strada si incrociano spesso delle donnine con il Kimono o Yakuta (abito tradizionale giapponese), ed i templi sono colmi di gente che sta lì per pregare. Per le strade di Tokio ho avuto la sensazione che i giapponesi amino veramente mangiare: non si spiegherebbe in altro modo la presenza di tantissimi piccoli ristoranti in ogni angolo della strada. Il cibo è buonissimo e contrariamente a quanto si pensa, non si mangia solo Sushi. Io mi sono innamorata della “Ramen”, una sorta di zuppa preparata con alghe, verdure e con degli spaghetti lunghissimi (proprio quella zuppa che si vede sempre nei cartoni animati giapponesi).
Vivendo in Cina e visitando il Giappone è impossibile non fare delle differenze. La cultura, le tradizioni di questi due paesi sono così diverse fra loro. Ora capisco perché il giapponese che viene scambiato per un cinese, o viceversa, ti guarda storto. La mia amica giapponese Sho, con una sorta di orgoglio nazionale, mi ha detto: “nonostante la somiglianza fisica, i giapponesi ed i cinesi sono completamente diversi gli uni dagli altri!”
Per secoli il Giappone è stato influenzato dalla cività cinese, specialmente nella scrittura e nella organizzazione burocratica, fino a quando un emissario giapponese si rivolse all’Imperatore dicendo “Io vengo dalla terra dove nasce il sole, mentre questa è la terra dove il sole tramonta!” Da allora fra i giapponesi ed i cinesi non corre buon sangue, possiamo quasi dire che si detestino a vicenda. I cinesi ce l’hanno a morte con i giapponesi a causa della seconda guerra mondiale, e spesso affermano, che mentre i tedeschi si sono scusati per tutte le atrocità compiute durante la seconda guerra mondiale, i giapponesi non hanno fatto altrettanto.
Dall’altra parte i giapponesi non amano i cinesi perché sono incuranti delle buone maniere, sporchi e non rispettosi del prossimo. Nel periodo in cui ero in Giappone i rapporti fra cinesi e giapponesi erano anche un po’ tesi a causa di una partita di Baozi avvelenati (ravioli tipici cinesi) importati dalla Cina, che aveva causato la morte per avvelenamento di alcuni giapponesi.
Ora che la Cina sta diventando sempre più potente economicamente il Giappone si sente minacciato, anche se i rapporti economici tra i due paesi sono apparentemente buoni. Ma il Giappone si guarda comunque alle spalle e diffida non solo della Cina, ma anche della Corea del Nord. Non bisogna dimenticare che nel 2003 un missile nord coreano è stato lanciato nelle acque territoriali giapponesi.
Il Giappone mi è piaciuto veramente tanto e per certi versi lo preferisco alla Cina. Vedendo questo spaccato di mondo, penso che ci sia veramente qualcosa da imparare, anche se è un modello che non è preso spesso ad esempio. Una cosa che ho notato è che nella società giapponese si respira un senso di egualitarismo. I giapponesi stessi vogliono sentirsi gli uguali agli altri, ed anche se uno guadagna il doppio od il triplo dell’altro, dirà sempre che è uguale all’altro.
Approdando in Giappone è come se fossi tornata in Germania. I tedeschi sono noti generalmente per la loro efficienza, correttezza, ordine, pulizia, rispetto delle leggi. Proprio per questa comunanza di caratteristiche, potrei quasi affermare che i giapponesi sono i tedeschi dell’Asia!
E poi?
Ed eccomi qui, in un piccolo locale di Pechino, che ho quasi battezzato “consueto rifugio dei fine settimana”.
Questo posto non ha niente di particolare, solo una cosa me lo rende così speciale: il suo sottofondo musicale sulle note del Bandari – Forest Mist.
E sono qui a pensare e a raccogliermi in me stessa per cercare un dialogo con il mio IO, in modo da capire cosa voglio realmente, con lo scopo di definire i miei progetti per il futuro.
Aprile è una scadenza che si avvicina, e dopo tale data non so bene in quale direzione andare. Cercare un nuovo lavoro? Dove? Restare ancora in Cina? Forse.
Ho varie possibilità, ognuna diversa dalle altre, ed ora sto solo cercando di farmi un po’ di chiarezza ridefinendo un nuovo obiettivo, tenendo conto delle mie priorità, e ponendo sul piatto della bilancia i pro e i contro delle mie scelte.
Uno dei miei motti è sempre stato “Io voglio, io posso”.
Ho sempre fatto ciò che mi è passato per la testa, agendo d’istinto, sempre con questa mia continua lotta nel cercare di dimostrare a me stessa che ce la potevo fare. La Cina e lo studio del cinese era uno dei miei traguardi. Ed ora?
Ed ora mi ritrovo nuovamente ad un bivio, a fare delle scelte.
Una cosa che mi destabilizza è il dover scegliere, perché so bene che una decisione esclude l’altra, e che ogni scelta cambia irrimediabilmente il percorso della nostra vita.
Forse l’unica domanda che posso farmi adesso è questa: ma realmente, IO, che voglio?
Ho girato, rigirato, ho cercato, ricercato, ma alla fine non ho ancora capito cosa voglio.
Conosco tante persone che pur non andando così lontane, sembra che abbiano già capito cosa basta loro. Ma io non sono così…
Se sto in un posto più di un certo tempo sono pervasa da una sensazione di claustrofobia, ed a volte, pur stando bene in un posto, per paura di farmi inglobare dalla solita monotonia, preferisco andare via alla ricerca di nuove mete, scappando da tutto quello che avevo costruito, allontanandomi dalle mie abitudini, dalle cose e da tutti, ed iniziando una nuova vita da un’altra parte. Perché faccio questo?
Ho letto ieri una pagina di “Paulo Coelho” in cui racconta come, invitato a Guncan-Gima, fu sorprendentemente abbagliato dalla bellezza di un tempio Zen Buddista situato nel mezzo di una vasta foresta. Affianco a questo imponente edificio c’era un immenso terreno vuoto, che sarebbe servito per costruire il nuovo tempio. Ogni 20 anni il tempio viene infatti distrutto e ricostruito affianco al vecchio, in modo che i monaci architetti e muratori non perdano le loro conoscenze e possano tramandarle agli altri, ma anche a dimostrazione del fatto che niente nella vita è eterno ed che anche il tempio necessita di miglioramenti.
E forse anche io inconsciamente, quando mi rendo conto che le mie energie si stanno esaurendo, lascio ciò che ho realizzato e ricomincio da un’altra parte per non disabituarmi a ricercare nuova acqua fresca per la mia anima, e per non dimenticare a me stessa che quel che ho costruito non è eterno, e che tutto è utile, ma nulla è necessario.
Vita a Pechino
Sono ormai a Pechino da quasi un mese.
Oggi c’è una fitta nebbia.
Non ho ancora capito se questa nube bianca-grigia che avvolge ogni cosa sia un semplice fattore atmosferico oppure lo smog.
Sono arrivata in Cina con Martin, abbiamo fatto un viaggio di 3 settimane e abbiamo visto dei posti bellissimi ed interessanti, anche se ho vissuto tutto con molta distanza e con una sensazione diversa da chi va in vacanza, forse anche perché sapevo che sarei dovuta restare più a lungo.
Il primo impatto con questa realtà non è stato per niente traumatico. Certo, è una cultura completamente diversa e posso proprio affermare di essere passata da un estremo all’altro lasciandomi alle spalle Monaco di Baviera, organizzata e ordinata, e approdando in questa città così caotica.
Qui il caos è dettato soprattutto dal traffico indisciplinato, dagli orari e dallo stile di vita dei cinesi. Ho quasi l’impressione che i cinesi non dormono mai.
Non ho ancora capito come facciano: si svegliano molto presto, lavorano tutto il giorno, e si coricano la notte tardi.
Forse dormono sui bus; come questa ragazza seduta affianco a me ed il tipo di fronte.
Il primo giorno da sola in questa grande città non è stato piacevole… Sono arrivata da Shanghai in treno, stanchissima, dopo un viaggio di 12 ore, ed avevo veramente solo la voglia di farmi una doccia e riposarmi. Quando sono entrata nel mio appartamento ho dovuto resistere ad una crisi di pianto. La camera era ok, ma il bagno e la cucina erano veramente desolanti tanto erano luridi e sudici. Avevo già visto la casa prima di affittarla, non era uno splendore, ma avevo avuto l’impressione che con un po’ di buona volontà sarei riuscita a ripulirla a fondo.
I miei buoni propositi sono però svaniti rendendomi conto che avrei dovuto passare il resto dei 6 mesi a mettere a posto tutto e a lottare quotidianamente con gli scarafaggi che attraversavano la cucina ed il bagno indisturbati, e che si divertivano a fare slalom fra le stoviglie accatastate per terra.
Non ho neanche avuto il coraggio di farmi la doccia subito, ho aspettato circa 5 ore, il tempo di risistemarmi psicologicamente dopo lo shock iniziale. Per fare la doccia ho utilizzato un piccolo sgabellino per non mettere i piedi nel sudiciume. Inoltre qui non si usano le docce e c’è semplicemente uno scarico nel pavimento! Alla fine ho deciso di cercare una nuova sistemazione e sono stata fortunata perché ho trovato un appartamento molto carino al 26esimo piano di un nuovo edificio (nelle foto si vede anche la vista dalla mia camera). Abito con un ragazzo ed una ragazza cinesi che parlano un buon inglese, ma che non vedo quasi mai perché lavorano entrambi tantissimo e sono molto riservati.
Sembrerà strano, ma la mia piu’ grossa difficolta’ qui a Pechino, e in tutte le grandi citta’ cinesi che ho visitato, non e’ stato la lingua, l’adattarsi ai bagni alla turca o alle docce con un buco nel pavimento, il mangiare pietanze preparate in cucine luride e servite in piatti non splendenti (sono molto schizzinosa…), bensì l’attraversare la strade!!!
Qui le macchine sfrecciano a destra e a manca incuranti dei pedon, ed anche i bus fanno lo stesso! Ogni volta che si attraversa la strada e’ come giocare alla roulette russa: non si sa mai se si arriva integri dall’altro lato della strada!
Per il momento non mi posso comunque lamentare e la mia attuale vita qui mi piace tanto. Ogni giorno c’è qualcosa di nuovo e le giornate non sono monotone. L’unica cosa che forse mi manca sono gli affetti, e ciò che mi rattrista maggiormente è l’idea di essere molto lontana da casa.